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Gianluca Paciucci: REINCANTARE LA MODERNITÀ: CON KOSOVEL

Non è possibile avvicinarsi all’opera di Srečko Kosovel (1904-1926), nel centesimo anniversario della morte, come se fossimo i primi a leggerla, come se fosse un’isola mai prima trovata. Perciò crediamo che solo una lettura post-moderna, e cioè filtrata da centinaia di altre letture e dal contesto in cui siamo, permetta di interpretare la poesia del moderno, del novecentesco Kosovel. Eppure, in questo primo quarto di secolo XXI la pesantezza del secolo scorsosembra essere ritornata al centro della nostra riflessione, tanto che si parla giustamente di “fine della fine della storia” (un bel saggio di Gabriele Segre) contro la falsa leggerezza in cui sembravamo essere. Proprio nel nostro sterile caos che non annuncia tempi nuovi, la poesia di Kosovel appare meravigliosamente feconda: una modernità ancora piena di vie nuove, quella del poeta di Sežana e Tomaj, contro quella ottusa del nostro presente. In ogni caso, nell’opera di Kosovel si entra con umiltà, chiedendo permesso. E questo proveremo a fare. Un “forse”va letto all’inizio di ogni mia affermazione, anche la più apparentemente decisa.

   Una luce lunghissima è la poesia di Kosovel, nella sua vita breve ed esplorante come quella di Rimbaud: ma se nel poeta francese vi fu una scelta precisa di smettere di scrivere e, pressoché contemporaneamente, di abbandonare l’Europa, nello scrittore sloveno altri decisero per lui, e specialmente la malattia, una meningite fulminante che non lo risparmiò mettendo fine alla sua vita e ai suoi versi. Ma quale poesia egli, nonostante questa brevità (dal 1920 al 1926 è la sua stagione creativa), ci ha fatto pervenire? Una poesia duplice, si direbbe, tradizionalmente divisa in “poesia di velluto” (romanticismo-impressionismo, elegia del Carso, bozzetti); e “integrali” oppure “kons” (da konstrukcija, in sloveno – svolta costruttivista, favorita dalla frequentazione dell’amico pittore August Černigoj, con cui pensava di fondare una rivista, “Kons”, appunto, che non vide mai la luce, e dall’esperienza dello “zenitismo”, tra Zagabria e Belgrado, nel cuore degli anni Venti – Ljubomir Micić, etc.) La svolta c’è, ed è chiaramente attestata nel diario del poeta: “…Dopo la rivoluzione, dopo la negazione nichilistica sta comparendo in tutte le terre d’Europa l’idea della costruttiva affermazione della vita…” (frase citata da Miran Košuta, nella sua splendida introduzione a Aspri ritmi/Ostri ritmi, ZTT-EST, 2024). Dal romanticismo, ben radicato nel paesaggio carsico, all’avanguardia, allora: sembrerebbe sviluppo e frattura insanabile, ed è invece continuità se è vero che il ribollire delle avanguardie artistiche nel primo Novecento affonda le sue radici nel gesto romantico e vitalistico del genio poetico, nella rivolta dell’ “io”, magari in sintonia con un “popolo” di cui si crede di poter rappresentare lo spirito. Certo, una qualche presa di distanza esiste, ma va letta come un attestato di fratellanza tra le due fasi. Leggiamo, sempre dal diario, quando il poeta parla della progettata e mai pubblicata raccolta di liriche Zlati čoln/La barca d’oro: “…Chi dovesse, per sventura, prendere in mano questo libro, non resti deluso dalla lirica di velluto scritta dal giovane, dal quale ho preso commiato (…) Per ora dunque addio, giovane sentimentale! (…) Soltanto ora, nel congedarmi da te, sento come ti sono fratello…” Radicalità dello strappo, ma anche provvisorietà (quel “per ora”…) Non sapremo mai quali altre direzioni avrebbe potuto prendere la sua lirica, ma questa è di sicuro operazione oziosa. Restano i testi di pochi anni, e sono tutti formidabili.

   I bozzetti dedicati al Carso sono all’interno della tradizione impressionista, con elementi tipici del secondo Ottocento. Però anche quando Kosovel scrive di “pini” (pioppi, tigli) e di “bora”, o di altri elementi naturalistici, quasi mai c’è solo idillio: nel rapporto natura-essere umano si consuma un dramma, non ancora politico ma concretamente esistenziale, intriso di malattia e violenza: in “Pini” -leggiamo dalle traduzioni di Jolka Milič (1926-2021), di cui si celebra il centenario della nascita- le onomatopee e le ripetizioni in inizio e fine verso, ancora più potenti nel testo originale, fanno sentire tutta la forza di una vegetazione prorompente (“Pini, pini in cheto orrore, / pini, pini in muto orrore, / pini, pini, pini, pini! // Pini, pini, tetri pini…”) che diventa interlocutrice silenziosa del soggetto poetico. Quest’ultimo chiede, ma invano: “Senza risposta, ahimè, stormite / come oppressi da sogni angosciosi, / come se stesse morendo mia madre / e mio padre mi chiamasse / e malati fossero i miei fratelli”. Il rapporto tra essere umano e natura è in bilico sulla linea di frattura, sotto forma di angoscioso silenzio e “cheto orrore”, come nel testo appena citato, o diventando uccisione, come in “Ballata” (“…Uno sparo nel silenzio; / un sottile rivolo di sangue; / la cesena / cade inerte, inerte.”), e sinistro incombere della/sulla presenza umana, come in “Villaggio del Carso” (“…Un mare di pini / rugge sinistro – / l’Adriatico martella le coste, / il buio, / la bora sbatte violenta / una finestra morta. // Sul villaggio incombe la notte. // Chi si dispera? / Chi si lamenta, / che io lo maledica / nel mio cuore malato? // Chi?”) Certo, la casa, la famiglia sono avamposti di affetti: così la madre, le sorelle (rarissimamente il padre), una famiglia colta e accudente, e pure nemmeno questo placa le inquietudini. Su ogni cosa grava la morte: “…La morte è la parola che torna più spesso nella poesia di Kosovel…” (Marc Alyn, in un suo pionieristico studio, uscito in Francia nel 1965, collana “Poètes d’aujourd’hui”, éd. Seghers); “…Ancor più che dal terrore ontologico dell’assurdo esistenziale, l’io lirico kosoveliano è però segnato dall’ultima, estrema verità della vita: la morte. Essa rappresenta di certo il tema più frequente dell’opus autoriale, il marchio demiurgico di Kosovel, il suo biglietto da visita…” (Miran Košuta, cit.) Essa è minaccia oppure benedizione, per l’individuo, ma presto si riveste di caratteristiche storico-politiche e diventa “Estasi di morte” in un celebre, ampio testo. Qui lo sguardo si allarga dal Carso all’Europa intera, divorata dalla Prima guerra mondiale che proprio sul Carso aveva fornito alcune tra le sue prove più brutali: è l’Europa che sfigura sé stessa divorando i suoi figli, in una festa di sangue. “…Il mare inonda le verdi campagne, / un mare serale di sangue bollente, / non c’è più scampo, non c’è salvezza, / finché non cadiamo io e tu, / finché non cadiamo io e tutti, / finché non moriamo sotto il peso del sangue. // Con raggi d’oro il sole splenderà / su noi cadaveri d’Europa.” – e sull’Europa tornerà più e più volte, spesso associandola, nella condanna, alla Società delle Nazioni: “…Maledico l’Europa / e la Società delle Nazioni, / le lance sfolgoranti / e la guerra coi gas…”

   Qui si chiarisce la sequenza morte di individui – morte per cause “politiche” – guerra. Quest’ultima non ha risolto niente, se anche il dopoguerra è percorso da vicende atroci che Kosovel vede nel piccolo ma significativo osservatorio della sua terra, alle prese da subito con il terrore fascista… “Nel 1920 a Trieste la Casa nazionale slovena. / Nel 1920 a Trieste la Casa del lavoratore.  / In Istria bruciano i campi di grano. / Il terrore fascista alle elezioni…”, e questa è per lui, polemicamente, la “Cultura italiana”, senza però contribuire a sviluppare un contro-nazionalismo sloveno che sciupi le energie poetiche (“La nazione è per noi soltanto quella che si è liberata dal nazionalismo”, dal diario). Il passaggio ad altro è, in questo ambito, corroborato dalla forte amicizia con i marxisti e comunisti sloveni Vladimir Martelanc e Ivo Grahor (un altro grande amico, ma di profonde connessioni adolescenziali, fu Branko Jeglič, morto diciassettenne nel 1920): questi due lo accompagneranno nella scelta per il marxismo, per un comunismo apocalittico e rivoluzionario, fortemente religioso, in fin dei conti – alla Blok, nel poemetto I dodici. “Correnti calde del marxismo”, le avrebbe poi definite Ernst Bloch, entusiasmo (come quello di tanti giovani favolosi/e attratti/e dalla rivoluzione, negli anni Venti), e non oppressione burocratica né ortodossia (scrive Kosovel a Ivo Grahor: “Sento un mondo nuovo davanti a me (…) Nonostante ciò non diverrò mai ortodosso…”) Rivoluzione delle forme (costruttivismo) e rivoluzione dei contenuti (marxismo) si uniscono comunque in modo saldo e danno risultati di estremo valore, a partire da quel manifesto poetico anti-futurista che è “Ai meccanici! (Meccanici e autisti!)” in cui scrive “…L’uomo-macchina verrà distrutto. Affiggete i manifesti: L’uomo-macchina verrà distrutto! (…) Si sta sollevando una nuova umanità. E se viene da fasce sottosviluppate? È stata umiliata! E se viene dai bassifondi? È stata violentata! E se viene con il temporale e i fulmini? È stata oppressa! (…) Tutti i meccanismi devono morire! Arriva l’uomo nuovo!” (tutti i corsivi sono nel testo). Il suo è una sorta di avanguardismo idealmente vicino più al fermento artistico russo (e poi sovietico) che a quello italiano, ma sorprendentemente prossimo ad autori misconosciuti del futurismo di sinistra in Italia, valorizzato da Giovanni Lista, come quel Duilio Remondino che scriveva, nel 1914, “La guerra è passatista e il nazionalismo che la promuove e si sforza a suffragarla, viene a essere un’idea vecchia, un movimento inconsulto, un anacronismo dell’ideale…” Al passatismo della macchina e dei meccanismi, Kosovel contrappone gli scintillii dell’elettricità che “causa cortocircuiti e fulmina i meccanismi…”, che può sabotarli, che può fermare gli ingranaggi lanciati a fortissima velocità, che può fermare la macchina tayloristica: “…Distruggete le fabbriche / TAYLORISTICHE! DISTRUGGETE!…”, in “Kons”. Nelle numerose poesie con questo titolo (o con titoli diversi, ma dello stesso rinnovato stile), Kosovel lavora con i segni tipografici e matematici, con parole-immagini, onomatopee, versi fatti di soli nomi o di verbi all’infinito, accostamenti di frasi e di parole senza connettivi.

   Più ampi, ma non meno ricchi -anzi, per certi versi culmine qualitativo della poesia kosoveliana-, sono infine alcuni testi come “Detective n° 16”, che potremmo definire para-kafkiano (“Buongiorno” (…) / “Sono un detective.” / (Signore, sono io / il colpevole?…”); “Ljubljana dorme”; “Distruzioni”; “Delusioni”; fino all’espansione cosmica di molte poesie, tra cui “Caleidoscopio” (“…Cosmo, cosmo, cosmo. / Magia dello spazio. / Sfavillio dello spazio…”) che sembrerebbero in linea con le avventure di fantascienza scritte da Aleksandr Bogdanov e con i sogni astrali della Rivoluzione russa, ma che in realtà si tengono ben ancorati alla terra perché “il costruttivismo scorge / il cosmo nell’oggetto. / L’uomo è un oggetto con anima e corpo…” Il costruttivismo è un umanesimo, per Kosovel. Forse ancora più importanti sono i testi ibridi, tra prima e seconda fase della poetica kosoveliana, come “Canto della Trasfigurazione del mondo in Mondo” e “Tragedia sull’oceano”. Nel primo, in cui permangono elementi del paesaggio carsico (i pini, le doline) -rimpianti, adorati, perduti (“Ah, potessi rivederli!”)-, il linguaggio si fa febbrilmente e dubbiosamente profetico: c’è una “rossa aurora del sangue” da attraversare, e un giardino fiorito dove “ci ritroveremo fratelli”, e infine un inaspettato ritorno indietro, a prima della rivoluzione: “…O chiaro silenzio di Dio, / probabilmente non sarò mai più / con te come adesso. / O Dio, grazie per i sogni / e di questo luminoso e splendido silenzio!” Il silenzio di Dio prepara il regno che verrà.

   In “Tragedia sull’oceano”, già valorizzata da Marc Alyn, la costruzione del testo si fonda sull’alternanza di versi visionari (echi dell’Inferno di Dante, scrive Alyn, ma anche analogie con Lautréamont, che però, da quello che sappiamo, Kosovel non aveva letto) e canti popolari sloveni, espressionismo e folklore liberato, quest’ultimo, dalla croce del tradizionalismo e immesso nella modernità più acuta. I versi sono forti e intrisi di violenza: “…Io non custodisco i più bei sogni, / la mia fossa è larga, la mia fossa è scura, / e chi ha il proprio viso, / glielo rompo io, l’oceano…”; e una specie di Caronte che “Siede da solo nella barca nera, / con un fanale rosso illumina il buio, / e chi non è del tutto annegato / gli spacca la testa con un remo…” Siamo in un fosco orizzonte di sacrificio, forse rappresentato da quel “bel giovane morto” della sezione VII che riaffiora perché “ha vinto ormai / la grande lotta delle passioni, / tutte le battaglie umane / ed ora non può cadere in fondo? / L’oscuro Iddio cala sopra le tenebre…” Sacrificio senza palingenesi, se nell’ultima sezione “Quattro rematori vanno nella notte (…) // Ma non c’è stella di salvezza, / nei loro occhi non ci sono più occhi…” In un lontanissimo futuro “tra ventimila anni, quando / dal suolo riemergeranno queste isole”, un geologo della nuova umanità “cercherà gli uomini antidiluviani”: ma non è descritta questa futura umanità, come invece in altri testi, e la catastrofe è stata un tranquillo alzarsi del mare a coprire “le doline, i campi e le montagne”, senza lotta e, quindi, senza costruzione. Questo gli imponeva di scrivere l’orribile Europa d’allora, ma noi siamo certi che nel cuore di Kosovel fino alla fine ha vibrato un sia pur confuso sogno di una cosa, da dire e ridire in versi ora consegnati alla nostra post-novecentesca modernità senza sogni, per reincantarla.

Gianluca Paciucci

Nov 3, 2026Gianluca Paciucci
Jack Hirschman: The Days of Dead Arcane / L'Arcano dei giorni dei morti

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